Vena

Un paesaggio in continua trasformazione

Fotografie Pierclaudio Duranti 2014/2022

Traduzione di Aurora Dell’Oro

“Vena è per prima cosa un viaggio, anzi, una serie di quattro viaggi nel tempo, dal 2014 al 2022 dove ho sentito il bisogno di ritornare con la stessa intenzione e voglia di rivedere un’amico, con la speranza di arricchire il rapporto, per coglierne le differenze, la crescita.”

Vena è un progetto fotografico incentrato sul paesaggio.

Il paesaggio in questione è quello della zona mineraria della Macedonia greca occidentale nella provincia di Kozani.

Per estensione la zona di scavo è la più grande d’Europa e coinvolge tutto l’altipiano dove attualmente gravitano quattro centrali elettriche a lignite che producono il 70% di fabbisogno energetico greco.

Vena” is mostly a travel, better to be said, a series of four travels through time, from 2014 to 2022. I felt the urgence to come back as if I was about to meet up again with a friend, hoping to make the relationship stronger and to decipher its growth”. 

 Vena (Vein) is a photographic project based on the landscape. 

More specifically, the landscape I portrayed is the minerarian area of the Western Macedonia, in the province of Kozani. 

This is the largest excavation area of Europe and it comprehends the entire plateau where, nowadays, there are four, brown coal power stations which produce the 70% of the Greek basic necessities. 

La mia ricerca è partita dagli ex impianti chimici Aeval presso Ptolemaida, un enorme complesso dismesso, costruito nei primi anni ’60 dove la lignite veniva arricchita chimicamente per aumentarne il potere comburente e gassificata per estrarne l’azoto, poi passata a produzione di fertilizzanti azotati fino alla completa chiusura nel ’97.

Rimangono oggi tra la vegetazione le imponenti strutture degli impianti, le due splendide torri gemelle dell’acqua, le torri di raffreddamento, quattro gasometri, la centrale termica, gli uffici, le stazioni di scarico dei rotabili, i magazzini e la torre di pallettizzazzione rotante dell’urea, collegati da vie e strade illuminate. 

My research started from the ex Aeval chemical factories near Ptolemaida. It is a huge complex fallen into disuse, which was built in the early Sixties. The brown coal was chemically enriched to increase its combustive power and then gasified to extract nitrogen. Later on, the production was converted to produce nitric fertilizers until the complex shut down in 1997. Today, among the vegetation, there are the majestic structure of the machinery, the two beautiful twin towers which contained water, the refrigerator towers, four gasometers, the thermal plant, the offices, the rolling drain stations, the storehouses and the tower of the urea’s rotating palletization, linked together by enlightened roads. 

La lignite attualmente viente trasferita dagli scavi ai vari impianti ed alle centrali attraverso cinte di gomma che creano una fitta rete semimobile di vie terrestri ed aeree che vengono man mano spostate in base alla produzione.

La miniera, una serie di cantieri formati da terrazzamenti e gironi, è un paesaggio in continua trasformazione, si formano nuovi laghi per lo scavo e l’inerte accumulato genera nuove colline.

Today the brown coal is transferred from the mine to the machineries and to the plants by the means of some rubber belts. They form a thick, half-movable web of terrestrial and aerial ways which are modified according to the production. 

The mine appears to be a construction site made of round terracings. It is a landscape eternally changing: new lakes are born due to the digging and the piled up inert material forms new hills. 

Le gigantesche ruote dentate dei macchinari d’estrazione di costruzione tedesca, avanzano lentamente e digeriscono terreno modificando costantemente la linea di confine.

Questa zona di confine non è netta né particolarmente interdetta, nel 2014 entrai per visitare Charavgi, uno dei paesi fantasma requisiti e sgomberati dalle autorità a vantaggio della vena. Oggi non esiste più niente, e come i paesi anche le strade cambiano, è facile perdersi anche per un locale che vuole andare al cimitero. Perdersi tuttavia per me non rappresenta un problema ma una opportunità. 

The gigantic cogged wheels of the extraction machines, produced in Germany, slowly move on and digest the earth, transforming the line of the border. 

This border area is neither clearly defined nor forbidden to the intruder. In 2014 I entered it to visit Charavgi, one of the phantom villages which were cleared out by the authorities to make room for the mine. Today none of these exist anymore and the streets are changing, as the towns do. It is easy to get lost also for a local who wants to go to the cemetery. Notwithstanding, to get lost is not a problem for me, but an opportunity. 

Dal 2014 ad oggi Le centrali elettriche di Kardia, Amyntaio e Ptolemais sono state chiuse a favore della nuova Ptolemaida 5, inaugurata recentemente.

Il nuovo cratere in lavorazione è quello a ridosso della vecchia centrale Ptolemais, è stato allargato enormemente ed al momento è quello più fecondo.
La vena corre sotto la centrale di Ptolemais e quindi sarà demolita a beneficio dell’estrazione mineraria.  

La stessa vena ha già portato nel 2020 allo sgombero del paese di Palia Ampelia, un caratteristico borgo con la scuola, la chiesa, il centro ricreativo con piscina dedicato agli operai e le famiglie dei lavoratori della società elettrica, e di Mavropigi, un paese troppo vicino all’argine dello scavo crollatoci dentro. 

Since 2014 the power plants of Kardia, Amyntaio and Ptolemais have been closed, whereas the new Ptolemaida 5 has been recently inaugurated. The new pit is next to the old Ptolemais plant and it has been considerably enlarged. Nowadays, it is the richest one. The vein runs under the Ptolemais complex and, as such, the plant will be demolished in favor of the mining extraction. 

In 2020 the same vein caused the eviction of Palia Ampelia, a characteristic village which had a school, a church and the recreative center for the ones who worked in the power plant, along with their families. The village of Mavropigi was evacuated too, as it was too close to the embankment of the digging area. 

Su questo cratere in crescita la Lignite sembra di buona qualità e la ridotta distanza dalla nuova Ptolemaida5 ne garantiscono un futuro allargamento certo. 

Ma è proprio sul futuro, certo o incerto che rimangono i dubbi più importanti. La Grecia ha l’obbligo europeo di staccarsi dal carbone nel 2028 ed inaugura ora una nuova centrale a carbone, le incertezze sugli approvvigionamenti energetici europei al momento fanno pensare che tale data di scadenza sarà sicuramente rinviata e la transizione ostacolata. 

Around this pit the lignite seems to be of high quality and the short distance between the pit and the new Ptolemaida 5 guarantees its future enlargement. 

But some important doubts still linger on this very future. Greece has been compelled by the European Union to dismiss its coal dependence by 2028, but the country has just opened a new coal plant. For now, the uncertain energetic supplies from UE suggest that the deadline will be postponed and the transition hampered. 

Rimarrà di sicuro il paesaggio variabile creato dalla vena, un paesaggio umano in trasformazione che cambia più rapidamente e modifica la vita e le abitudini di chi vive in questa periferia d’Europa.

It is sure, though, that the landscape made by the vein will remain, rapidly changing the lifestyle and the habits of the people who live in this peripheral area of Europe. 

Perlora

Perlora Holiday Village, nasce negli anni Cinquanta, quando la dittatura franchista era al culmine, come complesso di villeggiatura per lavoratori provenienti da tutto il Paese. Dietro questo c’era il sindacato unico dei lavoratori.

Il villaggio turistico, situato a Carreño (Asturie), è stato creato come un complesso turistico di alta qualità che offre un’ampia gamma di servizi.

I villeggianti erano lavoratori e con un piccolo prezzo potevano trascorrere le migliori vacanze della loro vita. L’idea di base era quella di permettere ai dipendenti di varie aziende che non potevano permettersi una vacanza estiva, di godersele grazie all’aiuto delle loro aziende. 

Perlora nasce dall’esigenza di incoraggiare il lavoratore attraverso “l’accesso e la fruizione di tutti i beni della cultura, della gioia, della salute e dello sport”, ma anche finalizzato al mantenimento della pace sociale.

Durante gli anni ’60, ’70 e ’80, Perlora era una località balneare in piena espansione. La città aveva 270 cottage che potevano ospitare 1500 persone e contava più di 200 lavoratori. Tuttavia, l’arrivo degli anni ’90 ha comportato una diminuzione dell’afflusso di pubblico e un progressivo abbandono delle strutture che è culminato nella decisione del governo del Principato delle Asturie (il suo ultimo detentore pubblico) di privatizzare la gestione, processo attualmente in corso . Infine la città è stata chiusa nel 2006.

Ora gli unici visitatori della “città fantasma” sono la gente del posto che viene a godersi le splendide spiagge e le aree ricreative e l’esploratore  occasionale desideroso di rivisitare il senso delle vacanze dimenticate.

Tutte le fotografie sono state scattate nel Novembre 2021 in un pomeriggio di nuvole correnti sotto la piaggia da

©Pierclaudio Duranti

Quel che resta del Mito

Il coronavirus ha cambiato la nostra visione del mondo. E, prima ancora, della realtà intorno a noi. 

Ha ridefinito la nostra percezione del tempo. Il domani ci appare scuro, sospeso, mentre il passato inizia con l’irruzione, del virus.

E’ il tempo dell’ignoto quello che viviamo, ma come si rapporta l’uomo con l’ignoto……?

Un tempo sospeso mette in scena quel che resta del mito, con la classicità e l’abitudine fatta a pezzi. 

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Nell’Agosto 2017 è la meraviglia di Pompei a fare da quinta teatrale, in un’inedita osmosi tra archeologia e contemporaneità alle monumentali sculture di Igor Mitoraj e ne rimango ammaliato.

 

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Durante la mia quarantena ho potuto riflettere poi su questo tema ed ho deciso di stampare queste cinque fotografie a testimonianza del mio attuale sentire.

Le sculture, che incarnano un’ipotetica caduta degli dei, un presunto scollamento tra divino e umano riprendono il concetto della fragilità dell’uomo che oggi vede perdere i suoi dei, i suoi miti, le sue abitudini.

                                                                        

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La sicurezza, riintroducendo il concetto di vulnerabilità, la paura di morire, di viaggiare, il contatto con la malattia, i controlli……

 La stabilità economica, la solidarietà europea, la globalizzazione, la crescita e la produzione illimitata rintroducendo il concetto di incertezza…..

La socialità, l’isolamento, i rapporti quotidiani con le persone, ritrovarsi al tavolo seduti con amici e parenti, la libertà personale si scontra con la sicurezza collettiva….

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Cosa resterà poi dei nostri miti quando sarà passata la pandemia? Come cambieranno le nostre abitudini? Il virus passerà. L’incertezza e la paura, resteranno.

Non c’è mai nulla di nuovo sotto il sole e la storia umana si ripete da sempre nella sua ciclicità perché questa non è la fine del mondo ma è la fine del mondo che conosciamo.

Pierclaudio Duranti © Aprile 2020

Humantraces

..attraversando alcuni paesaggi umani…

HUMANTRACES è un’insieme di avventure che seguono la scia dell’odore dell’uomo.

Quando si parla di “paesaggio” la polisemia del termine induce a delle obbligatorie precisazioni. L’accezione a cui mi riferisco rimanda ad una teoria dell’ambiente come “spazio scenico del vissuto”, questa però è una definizione che può essere variamente interpretata, che può essere animata da un’eterogeneità discorsiva. Il paesaggio in realtà rappresenta un sistema complesso, fatto di sfumature. 

Questo “paesaggio culturale” è un perimetro entro cui Humantraces vuole tentare di indagare, espressione materiale della cultura di una società, formata da segni impressi dal vissuto dell’uomo. 

I set sono quelli dell’abbandono classico, posti fotogenici dove è facile rimanerne affascinati.

I luoghi interstizio sociale che hanno fatto da casa, coperta per molti, vecchi hotel in disuso, hangar e capannoni industriali.

La presenza rimane nei resti che determinano le vicende, nei pezzi da ricostruire, le impronte da seguire, negli oggetti lasciati li. 

Così nascono le storie invisibili come chi le ha prodotte.

 L’uomo c’è ma non si vede, è nascosto nell’indifferenza di molti, nella bellezza di un tempo passato, dietro l’angolo, nell’attenzione formale del progetto interrotto.

Proprio per lasciare intatta la sensazione di scoperta, in questo progetto ho deciso di parlare un linguaggio a colori, una rappresentazione quindi di quella che è la realtà nuda.

Pierclaudio Duranti  2020 ©

Deserto rosso o celeste e verde

Deserto rosso, è un film del 1964, nono lungometraggio diretto da Michelangelo Antonioni, il primo a colori. Inizialmente doveva intitolarsi Celeste e verde.

Antonioni gira Il deserto rosso nella periferia industriale di Ravenna, tra la raffineria SAROM e il complesso petrolchimico ANIC realizzato dall’Eni di Enrico Mattei negli anni Cinquanta. È la prima volta che il regista si misura con il colore, affermando di voler utilizzare ogni risorsa narrativa di questo mezzo per enfatizzare lo svolgersi della storia. Il colore viene applicato ad architetture, interni, macchinari, paesaggio.

In contrasto con l’immagine turistica di Ravenna città d’arte bizantina, Il deserto rosso ridisegna i confini di una nuova geografia cittadina, legata alla modernità della fabbrica e all’impatto della nuova industrializzazione sull’uomo e sull’ambiente.

Questi solo i luoghi del deserto di Antonioni ad oltre cinquant’anni di distanza

Ascoli Piceno – Italy – Area Carbon

Arrivando ad Ascoli Piceno attraverso l’antica via Salaria la visuale è come se si dilatasse: prima, attraverso le strette gole scavate nelle ere geologiche dal fiume Tronto, solo le alte pareti di roccia calcarea, poi, d’improvviso, lo spazio si allarga e si comincia a scorgere il verde caratteristico delle colline marchigiane e lì in mezzo incastrata sul largo terrazzo formatosi alla confluenza tra il fiume Tronto e il torrente Castellano, quella che potrebbe sembrare un cardio pulsante ed  André Gide considerava la più bella tra le piccole città italiane. Ascoli con il suo centro storico, le sue ariose piazze, le sue strette “rue” medievali, le sue cento torri, totalmente in contrasto con queste armonie architettoniche, ecco, a ridosso delle antiche mura, le ciminiere del mastodonte industriale SGL Carbon con cui la città convive da più di un secolo.

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In verità la denominazione di questa industria è cambiata più volte, da Sice, a Carburo, ad Elettrocarbonium ed infine SGL Carbon, nomi ancora tutti in uso tra gli abitanti di Ascoli che se ne servono, come fossero sinonimi, per riferirsi a quella fabbrica che, nel bene e nel male, ha rappresentato un elemento rilevante della vita economica e sociale di questa città.

 

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La storia degli stabilimenti S.G.L. Carbon in Italia ha inizio il 15 marzo 1897, quando un gruppo di imprenditori danno vita alla Società Italiana dei Forni Elettrici.  I prodotti più significativi commercializzati a quel tempo sono gli elettrodi per la fabbricazione del carburo di calcio ed una gamma di materiali cosiddetti “minuti” quali spazzole di carbone, utilizzati come contatti elettrici nei motori e nelle dinamo, i carboni per contatti delle pile, gli speciali carboni a bacchetta, utilizzati nei proiettori cinematografici e nei proiettori militari.

 

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La produzione negli anni del dopoguerra è imperniata quasi esclusivamente su elettrodi continui e discontinui per forni a carburo di calcio; alcune partite di catodi destinati all’elettrolisi dell’alluminio completamente rifiniti a macchina; rivestimenti per altoforno e forni elettrici destinati al solo mercato interno; alcune migliaia di tonnellate di anodi destinate anch’essi alla produzione dell’alluminio.

 

sgl_016sgl_015Lo stabilimento di Ascoli Piceno avvia una prima ed importante svolta tecnologica, tra la fine degli anni ‘60 ed i primi anni ‘70, con la costruzione e messa a punto di un nuovo sistema di formatura, innovativo rispetto al passato, grazie alle capacità ed alla creatività dei tecnici interni; il nuovo impianto consente di ottenere elettrodi di carbone amorfo di grandi dimensioni e la loro produzione si concentra e si sviluppa ad Ascoli Piceno.

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Dagli anni ‘80 si ha uno sviluppo costante dell’attività della Società, che arriva a contare un organico di circa 900 unità, con un fatturato che supera i 40 miliardi di lire/anno; sono gli anni della massima espansione, con importanti successi sia sul piano quantitativo che qualitativo della produzione: l’utilizzo di materie prime sempre più pregiate e con caratteristiche controllate e definite, assieme all’applicazione di tecnologie
sempre più all’avanguardia, ha permesso lo sviluppo dei forni di elettrici ad arco per la produzione dell’acciaio.

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Quando nel ’92 subentra SGL Carbon il livello occupazionale si attestava sulle 600 unità. Con il manifestarsi di difficoltà crescenti del settore nonostante gli investimenti qualificanti dell’azienda, peraltro in un periodo in cui si ha la cessazione dei benefici derivanti dalla ‘Cassa per le opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia meridionale’, una delle fasi più acute si è avuta a seguito del sequestro di alcuni forni da parte della magistratura avvenuto nel giugno 1994, fase in cui prende maggior forza la minaccia di chiusura dello stabilimento e l’azienda decide la messa in mobilità di circa 150 dipendenti.

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Le relazioni sindacali soprattutto dal periodo di ripresa dell’attività sindacale di massa nel settore industriale, cioè dalla metà degli anni ‘60 in poi, si esplicano con i tassi di sindacalizzazione presso l’Elettrocarbonium sempre molto al di sopra della media del comparto industriale della provincia. Una percentuale alta di iscritti e una struttura organizzativa solida hanno sempre rappresentato una roccaforte per le organizzazioni sindacali confederali che già prima delle tutele garantiste dello Statuto dei Lavoratori (1970), hanno assicurato un elevato livello di contrattazione aziendale.

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Va detto che le condizioni di lavoro erano durissime: lavoro gravoso, pesante, insalubre, usurante a cui le tecnologie potevano fare ben poco per migliorarlo: non a caso nessuna donna è stata mai presente nel ciclo di produzione (i lavoratori, per lo più provenivano dalle zone agricole circostanti), condizioni di lavoro assimilabili in tutto e per tutto a quelle della metallurgia.

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Fin dai primi mesi dell’85 la fabbrica inizia a lavorare con un procedimento di impregnazione e distillazione a caldo che è definito di ‘Trattamento Termico’: si tratta del processo di cottura della pece.
Nel luglio 1986, il Ministero della Sanità invia un documento in cui si afferma, a proposito degli IPA, che “l’unico livello ‘sicuro’ che presenti un rischio zero è un’esposizione zero”.

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Lo stabilimento di Ascoli Piceno forniva il 40% della produzione mondiale di silicio metallico, oltre a produrre catodi, rivestimenti per altiforni e pasta elettrodica, per un totale complessivo di 51.450 tonnellate di prodotto l’anno. I prodotti di scarto di tale lavorazione sono IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici), tra cui il benzene il benzo(a)pirene, il fenantrene, l’antracene, il fluorene, il pirene.

 

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Nel maggio ’96 viene emessa una sentenza del Pretore di Ascoli Piceno che condanna il Direttore dello Stabilimento al pagamento di una multa di Lire 1.900.000, per non aver adottato tutte le misure in grado di evitare un peggioramento delle emissioni inquinanti sprigionate dai forni nel periodo ottobre-dicembre 1994.

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Nel mese di Gennaio 2002 viene presentata ai Ministri dell’Ambiente, della Sanità e dell’Industria un’interrogazione parlamentare in cui si chiede che l’area SGL Carbon venga bonificata ed inserita tra le zone ad alto rischio di crisi ambientale.

Successivamente è un susseguirsi di ristrutturazioni aziendali, talvolta con misure di mobilità in accompagnamento alla pensione, fino a giungere all’accordo del dicembre 2007, in base al quale si procede alla definizione di un piano per il ricollocamento delle ultime 30 maestranze, congiuntamente ad altre prima impegnate nell’indotto dei servizi, nel Consorzio Sviluppo Futuro di Latina al fine del loro coinvolgimento nella prospettata attività di bonifica.

Sempre nel dicembre 2007 lo stabilimento SGL Carbon di Ascoli Piceno entra nella fase conclusiva della sua definitiva dismissione.

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il futuro potrebbe essere qui:
Testi  Mariella Aquilani 2011
Fotografie Pierclaudio Duranti 2014  Copyright   01/02/2014

Rianimazione Industriale

 

Per anni ho documentato il paesaggio industriale, antropizzato, cercando di rendere fedelmente l’idea di quello che si era potuto costruire e di come avevamo interagito, sfruttato, modificando i luoghi. Sono entrato nelle fabbriche che tanto hanno dato e tanto si son riprese, fermando gli istanti del silenzio nel tentativo di riprodurre l’emozione di una avventura, di voler registrare i fenomeni di trasformazione ossidazione del tempo sulle cose.

Mi diverto ancora ad esplorare l’inanimato, cercando il varco per entrare in quelle cattedrali insieme ad un pugno di amici che da molto mi accompagnano o da solo, cavalletto in spalla.

In questa serie di immagini invece ho voluto giocare con l’animato, o meglio con l’anima invisibile che rende animato il luogo. Con gli abitanti veri dei posti in abbandono.

I piccioni, i gabbiani, gli operai, i sindacalisti, i capitani, che hanno intrecciato storie di amore e di dolore, che hanno tenuto duro, equilibristi, che hanno combattuto, danzato, pianto, mangiato quotidianamente e che grazie al loro interagire hanno reso unici questi spazi di ferro e calcestruzzo.

 

 

 

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Livingstone plana – Ferrara Ex Eridania – Italy – 2014

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Terni – Città dell’Acciaio e dell’ Amore – Italy – 2014

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Varedo – Snia volumetrica – 2014

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Castellaccio RM – Italy – 2015

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Turbina a Gas con Pace – Italy – 2015

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Eridania Zuccherrificio – Avezzano – 2015

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Malaga – Spain – Post Office – 2015

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Portomarghera – VE – Sava – 2004

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Ancona Porto – Italy – 2012

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Ferrara – Italy – Ex Eridania – 2014

Antropocene

Antropocene è un progetto fotografico incentrato sul paesaggio.
Il paesaggio in questione è quello della zona mineraria della Macedonia greca occidentale nella provincia di Kozani presso Ptolemaida.

 

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Arrivando in auto da Tessalonica, fin da lontano, si scorgono le varie centrali elettriche con le torri di raffreddamento fumanti di vapore nell’enorme altipiano verde del grano appena spigato di maggio.

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l’Altipiano è una enorme miniera di lignite. Una zona mineraria gigantesca che seguendo la vena del carbonfossile si modifica, cresce in larghezza ed in lunghezza, arretra e scende a terrazzamenti e gironi.
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Una zona mineraria accessibile, ci passi per forza se devi andare da un paese all’altro, attraverso strade sterrate dai camion che trasportano il materiale .

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Quando la vena rende si prosegue lo scavo, a volte fino ai centri abitati. Sono molti i paesi abbandonati che la vena si è mangiati, villaggi sgomberati dalle autorità e non sempre con l’accordo. Quello che rimane sempre dei villaggi mangiati dalla miniera sono il cimitero e la chiesa.
Vagare dentro a questi paesi fantasma con le centrali all’orizzonte fa sempre un certo effetto.
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L’uomo modifica il paesaggio sempre, il paesaggio non rimane mai naturale, c’è sempre la traccia umana, ma in questo caso l’uomo è artefice e spettatore del paesaggio che si crea. La gente vive e lavora li.

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Antropocene è un paesaggio in trasformazione quindi, un paesaggio che cambia più rapidamente e modifica le abitudini di chi lo vive.

È il neologismo che definisce l’epoca in cui viviamo, caratterizzata dal massiccio impatto dell’uomo sul pianeta. Un impatto che resterà nel registro geologico a lungo, anche quando le nostre città saranno ridotte ad ammassi di rovine.

All photo Pierclaudio Duranti ©      Maggio 2014